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02 gennaio, 2012

IL SIMBOLO DELLA ROSA NEL MEDIOEVO





L'autore Gianfranco Russo, musicologo e musicista di strumenti antichi, ripercorre pensiero e iconografia di uno dei fiori più amati e rappresentati nella storia antica: nella purezza celestiale e l'umana perfezione della Vergine, nella lirica cortese, nell'emblema della carnalità e della passione amorosa, come elemento alchemico...


L'evoluzione del pensiero dell'occidente medievale vede svilupparsi nel XII secolo a Chartres, sede di una delle più importanti universita del tempo, un'idea della Natura intesa come insieme ordinato di fenomeni, possibile oggetto di indagine razionale non più costretta dai riferimenti simbolici che ne avevano caratterizzato la concezione dell'alto medioevo. Questa ispirazione, espressa da Guglielmo da Conches e Teodorico di Chartres, comincia ad avvertire come insufficiente l'interpretazione del mondo attraverso quegli strumenti ermeneutici propri dell'esegesi biblica, che, richiesti dall'assoluta interconnessione tra Scrittura e Natura, entrambe emanazione della Mente Divina, riducevano i fatti della realtà fisica a segni del discorso rivolto da Dio agli uomini. La nuova filosofia della Natura provocò violente reazioni da parte della teologia tradizionale che, ancora per tutto il XIII secolo e buona parte del XIV, riuscì a tenere saldamente le redini della speculazione filosofica e scientifica, influenzando anche l'espressione artistica e i più banali aspetti della vita quotidiana. Secondo la dottrina canonica solo un'appropriata chiave simbolica poteva dare significato ai fenomeni e agli eventi del mondo fisico svelandone funzioni e relazioni. Infatti, poiché tutto ciò che avveniva nel "Macrocosmo" (Immagine dell'Universo, Locus dove è Dio, Luce Creatrice) si riverberava secondo opportune proporzioni e corrispondenze sul "Microcosmo" (l'Uomo, creato ad immagine di Dio, e la Natura creata intorno ed in funzione dell'Uomo), era necessario un complesso sistema di simboli che potesse decifrare il senso di queste risonanze. In un mondo siffatto tutto era metafora, l'astratto come il concreto: il Numero, la Forma, il Colore, gli Astri, ma anche le pietre, i metalli, le piante e gli animali. Un intricato ordine di interdipendenze e correlazioni finiva spesso per confondere segno e simbolo, involvendo il pensiero medievale in una complessità che risolveva nella rassegnata contemplazione del Volere Divino. La funzione del simbolo era dunque mettere in comunicazione l'Alto con il Basso, il Cielo con la Terra, Dio con l'Uomo.
Nella ricchissima simbologia medievale la Rosa ha un ruolo di primo piano, tanti erano i significati esoterici o popolari, religiosi o letterari che era chiamata ad incarnare in un intreccio semantico di variabili quali forma, colore, profumo, numero dei petali, presenza di spine. Già nella cultura classica era il corrispondente occidentale dell'asiatico fiore del Loto, entrambi associati per forma alla Ruota, simbolo esoterico tra i più importanti e complessi in tutte le culture del mondo conosciuto. Nell'antico Egitto la Rosa era il fiore consacrato ad Iside, dea della rinascita e personificazione della Natura, del pari era sacro ad Afrodite dea dell'eros e della rigenerazione nel pantheon greco e in quello romano. Proprio da Chartres, contemporaneamente all'evolvere della nuova filosofia della Natura, supportata dalla rilettura di testi dell'antichità classica e della cultura araba, prende il via il processo di trasformazione dei culti pagani della Natura-Grande Madre e allegoria della Femminilità Generatrice, in quello della Vergine, Madre di Dio, ma anche Madre Misericordiosa per tutti gli uomini. Questa traduzione dell'Amore Profano in Amor Sacro ne trasferisce anche i simboli ed ecco che la Rosa, consacrata a Maria, diventa nel personificarla "il Fiore tra i Fiori" e assume il più importante tra i suoi significati nella simbologia medievale. Attraverso le metafore della tradizione biblica, dove nell'Eden il roseto rappresentava Eva e quindi il Peccato, a Maria, l'anti-Eva (non è casuale la salutazione "Ave Maria", dove il latino Ave è antipodo di Eva), viene dedicata una Rosa senza le spine, segno della fragilità e caducità dell'anima tentata dal peccato, e di colore bianco, indice di purezza, che sostituisce il vermiglio, colore della passione e della vergogna per il peccato commesso. La Rosa bianca, regina dei fiori, emblema della Vergine, Regina dei Cieli, indica la salvazione, la purezza, la devozione. Nel medioevo solo le vergini potevano indossare ghirlande di rose bianche, testimonianza della virtù mariana. Nella letteratura di lode e di preghiera la Vergine Maria viene invocata con appellativi quali "Rosa Mystica", "Rosa Fragrans", "Rosa Rubens", "Rosa Novella", fino a "Rosa das Rosas", Rosa tra le rose, superlativo di maestà della "Regina delle regine". Ma la Madre di Cristo è prima di tutto una madre: pietosa e misericordiosa, intercede presso Dio per tutti i suoi figli sofferenti nell'animo e nel corpo.
Questo aspetto di Maria artefice di salvezza fisica e spirituale, e nella mentalità medievale l'infermità era corollario del peccato, si trasferisce nell'uso della Rosa come talismano contro il male. Se nella medicina è adoperata in varie preparazioni per le sue qualità taumaturgiche, come cura per gli incubi, l'ansia, la vista, la rabbia (rosa canina), la superstizione e la devozione le attribuiscono poteri magici come la capacità di allontanare qualunque malattia: durante le pestilenze che spazzarono l'Europa si portavano indosso rose come presidio e amuleto contro il rischio del contagio. Con i petali di rosa si depurava l'aria e si disinfettava il vestiario.
 
Canterbury, 1280
Cantigas de Santa Maria, XIII secolo
Moltissime leggende medievali contemplano la Rosa come testimonianza di un intervento miracoloso della Vergine: in una delle Cantigas de Santa Maria del XIII secolo, un monaco dedica quotidianamente alla Madonna cinque salmi, uno per ogni lettera del nome di Maria. Alla sua morte cinque rose crescono sulla sua bocca tra lo stupore dei confratelli. Un simile miracolo avviene nei coevi Les Miracles de Nostre Dame di Gautier de Coinci, in cui un chierico, morto senza confessione, viene sepolto in terra sconsacrata e la Vergine, impietosita, fa nascere una rosa nella sua bocca per dimostrare la propria intercessione. Ancora nelle Cantigas de Santa Maria, un cavaliere devoto, che ogni giorno recitava il rosario su una ghirlanda di rose fresche, si salva dai suoi nemici che, pur avendolo sorpreso in condizioni di svantaggio, vedono al suo posto, per azione divina di Maria, una vergine che intreccia corone di rose e si ritirano disorientati. Una leggenda, che vuole l'etimologia del rosmarino provenire da Rosa Mariae, Rosa di Maria, narra come la pianta avesse in origine fiori bianchi che si tinsero d'azzurro quando la Madonna aprì il proprio manto sull'arbusto.
Un altro simbolo sacro della Rosa è direttamente mutuato dalla sua forma circolare e dalla disposizione dei petali, che come un mandàla, rappresentano l'idea della perfezione e dell'infinito. A questa immagine circolare di perfezione si collega quella della Rosa specchio del Paradiso: Dante nella Divina Commedia vede Maria al centro dei cieli concentrici del Paradiso come Rosa che regna al centro della Rosa. Dal Cerchio alla Ruota, simbolo dello scorrere infinito del tempo e paradigma dell'eternità e dell'Eterno, la Rosa assume nuove valenze simboliche del divenire dell'opera divina e del divenire dell'Opera tout court nel traslato ermetico dell'alchimia. La Rosa, sembiante del lapis philosophum, la pietra filosofale, è uno dei fiori eletti degli alchimisti, i cui trattati hanno titoli come "Roseto dei filosofi", "Rosarius", o il "Rosarium" attribuito ad Arnaldo da Villanova. La Rosa bianca era associata alla pietra al bianco della "piccola opera", mentre la Rosa rossa era collegata alla pietra al rosso della "grande opera", la Rosa azzurra era la figurazione dell'Impossibile, inoltre ciascuno dei sette petali della Rosa alchemica evocava un metallo, un pianeta o un passaggio dell'Opera.
Legata al cerchio, simbolo del cielo e del disco solare, troviamo un'interessante stilizzazione della Rosa nei rosoni che, insieme alle finestre a feritoia laterali, illuminavano le vaste e scure cattedrali gotiche. I rosoni nel rappresentare, per la loro forma, la bellezza e la perfezione della Creazione, sono altresì proiezioni del mistero di Dio-Luce e Fonte di vita. Queste finestre, porte di comunicazione tra il mondo divino e quello dellíuomo, sono più ampie nella parte rivolta all'interno e più strette in quella che guarda l'esterno, poiché la luce, specchio della Rivelazione Divina, penetra nella chiesa, simbolo dell'interiorità dell'uomo, attraverso piccoli spiragli, ma subito si diffonde nell'esperienza della contemplazione. Vi sono vari tipi di rosoni e ognuno ha un suo significato: a sei petali è associato al sigillo di Salomone, a sette petali indica l'ordine settenario del mondo, a otto petali la rigenerazione, a dodici petali gli apostoli. La disposizione dei tre rosoni nel costante orientamento dellíarchitettura delle cattedrali suggerisce un nesso con la scienza alchemica: nel corso della giornata, seguendo il percorso del disco solare, nei tre rosoni si succedono i colori dell'Opera secondo un processo circolare che va dal nero (il rosone settentrionale mai illuminato dal sole), al colore bianco (il rosone del transetto meridionale illuminato a mezzogiorno) e al colore rosso (il rosone del portale illuminato al tramonto).
 In vari autori compare l'enigmatico "Sanguis Rosaceus", il sangue color di Rosa, che ritroveremo nella mistica cristiana sul sangue salvifico del Redentore. Il Cristo è il "Filius Macrocosmi" dal cui fianco scorre questo Sangue Rosaceo, l'Acqua Eterica, equivalente alla Quintessenza del "Filius Microcosmi". E' questa l'Essenza Universale che tutte le trascende come il Cristo, unico e perfetto Salvatore degli uomini, Uomo e Dio al tempo stesso che sarà simbolizzato, se non identificato, con la Pietra Filosofale in un parallelismo che potrebbe avere contribuito a veicolare la mistica della Rosa nell'alchimia cristiana. La Rosa è, infatti, anche il simbolo della coppa che raccolse il sangue del Redentore, il Graal, mistico contenitore che per identificazione con il contenuto rappresenta parimenti il sangue del Cristo, il Cristo stesso e quindi il compimento dell'opera di salvazione tramite il martirio. Nelle agiografie medievali la santità del sacrificio supremo è spesso rappresentata dall'apparire di rose rosse. Compaiono ad esempio nel martirio di santa Dorotea o in quello di sant'Agnese, che, dopo l'esecuzione, a riprova della vera fede, torna dal Paradiso con un cesto di rose in pieno inverno. I martiri stessi sono, come ci testimonia Hildegarda von Bingen, "Flores Rosarum". Ma già la Rosa è trasmutazione del sangue: le gocce di sangue del Crocefisso sparse in terra si trasformano in rose e così avviene per quelle cadute dalle stimmate di san Francesco. Ma il martirio è anche strumento di purificazione e di rinascita. Il sangue del martirio è dunque anche sangue di redenzione, un sangue simbolico che ri-unisce e re-integra, il singolo come le moltitudini, sempre nel segno della Rosa, che già nella tradizione ebraica (la Rosa di Sharon del Cantico di Salomone) esprime la comunità dell'Israele spirituale, luogo della presenza divina nel mondo.
 
Codice di Manesse, XIII secolo
Tacuinum Sanitatis, XIV secolo

La Rosa come allegoria dell'immortalità, o del passaggio ad una vita altra, era conosciuta fin dall'antichità: la troviamo raffigurata nelle tombe egizie e i romani celebravano a maggio le "Rosalie", ludi floreali presso i luoghi di sepoltura in cui si offrivano rose ai Mani dei defunti, tanto che roseto fu per lungo tempo sinonimo di cimitero. I primi cristiani, per non confondersi con i pagani, rifiutarono di onorare i propri morti con le rose. Fu il medioevo dei conventi, nei cui orti da Carlo Magno in poi la coltivazione del fiore fu obbligatoria, a recuperare il simbolo di preparazione all'eternità e proprio l'olio di rose divenne veicolo del sacramento per i moribondi. Anche l'Islam contribuì all'elevazione mistica del roseto: per i musulmani il Giardino delle Rose simboleggiava il giardino della contemplazione, era nella "...Rosa pregna del suo profumo, il segreto del tutto". Intorno all'anno mille un poeta persiano recita: "Se hai due monete con una compra il pane, con l'altra compra rose per il tuo spirito". La Rosa del martirio, irta di spine a indicare la sofferenza, aveva cinque petali come le piaghe di Cristo, ma anche in virtù della scomposizione del numero cinque in "quattro più uno", dove il quattro rappresenta un ciclo completo e quindi la morte e l'uno il nuovo inizio, cioè la vita eterna. Le spine feriscono e proteggono, per cui la Rosa diviene immagine di riservatezza, e sui confessionali si intagliano rose con il motto "Sub Rosa" a indicare il pegno di segretezza del sacramento della Confessione. Complessi legami associano la Rosa al fuoco. Nel medioevo durante la messa di Pentecoste si facevano piovere sui fedeli petali di rosa, allegoria dello Spirito Santo manifestatosi in forma di fiamma divina sul capo degli Apostoli.
Dedicata fin dall'antichità alle divinità dell'Eros come Iside o Afrodite, la Rosa mantenne anche in epoca cristiana le caratteristiche simboliche della passione e della carnalità. Nel medioevo le prostitute, sacerdotesse dell'amore profano, erano obbligate a portare una rosa al seno, tanto che in Francia erano semplicemente chiamate "roses". Ma l'Eros, forza vitale di rigenerazione, offre il suo simbolo anche al momento in cui la Natura si risveglia dall'inverno e rinasce per offrire i suoi frutti. La Rosa personificazione della primavera incarna la ritrovata gioia di vivere, la disponibilità al piacere e l'inizio di una incipiente fertile stagione. Con tutti i suoi attributi di bellezza, desiderabilità, fragilità e tutto il carico di valori simbolici, quello di fiore mariano in primo luogo, la Rosa fu anche metafora dell'ideale dell'amore cortese, della fin'amor, che influenzò la cultura cavalleresca dei secoli XII e XIII sotto la spinta della poesia trobadorica. Il bocciolo da schiudere, la rosa scarlatta da carpire, erano immagini dell'anelato corrispondere della Dama al devoto Servizio dell'Amico. Forse pochi altri simboli erano per loro complessità così adatti ad essere adoperati in una poetica, quella del trobar clus, ermetica e fitta di intricate allegorie a fronte di un'apparente semplicità se non scontata futilità dei contenuti. Nel Roman de la Rose, uno dei più fortunati e studiati romanzi medievali, la Rosa incarna il Fine di un tortuoso percorso iniziatico. A diversi livelli di contenuto semantico la Rosa del Roman raffigura la Fin'Amor, l'Anima, la Conoscenza, l'Amata, l'Eros.
Dalla Rosa si dice che abbia preso nome Rodi, l'"Isola delle Rose", sacra ad Afrodite ma anche ad Athena dea della saggezza e della ragione; per questo motivo, presso alcune sette misteriosofiche e movimenti eretici, la Rosa, emblema della bellezza, dell'amore e del piacere, si fa sublimata effigie del pensiero segreto e delle sue ribellioni: la Carne che vuole sottrarsi alla soggezione dello Spirito, la Natura che rivendica di essere progenie divina al pari della Grazia, l'aspirazione ad una religione fondata sulle armonie dell'Essere di cui, per gli iniziati, la Rosa fiorita era simbolo vivente.
Il fascino di queste articolate antinomie che la Rosa incarnava, Madre e Figlio, Morte e Vita, Sangue e Spirito, Carne ed Anima, Fede e Ragione, lega il filo del percorso musicale di questo programma, particolarmente ricco e vario per generi e atmosfere: le composizioni di carattere trobadorico, sensuali e allusive, si affiancano al misticismo visionario di Hildegarda von Bingen, che nello scarlatto dei petali trasfigura l'immagine somma del martirio; la raffinata cultura arsnovistica di Guillaume de Machaut, che nel fiore esalta l'ideale cortese dell'amata, s'incontra con la schietta derivazione popolare delle laudi devozionali alla Vergine, "Rosa tra le rose", attributo ingenuo e poetico di suprema venerazione; ancora, le severe architetture del '200 francese nei conducti e nei mottetti dei codici di Bamberga e Montpellier, costruite su immagini convenzionali o canoniche della Rosa, si confrontano con la più leggiadra polifonia di una "carol" inglese dove appare il motivo ispiratore della Rosa come modello del Paradiso; infine un anonimo canto sefardita ci propone lo struggente contrasto tra la Rosa in fiore, icona di vita e spensieratezza, e l'infelice nostalgia per l'amore lontano. Di fronte a tale varietà abbiamo cercato di trovare sonorità che attestassero la diversa collocazione storica, la provenienza geografica e la dimensione sacra o profana dei materiali proposti. Gli strumenti adoperati, così come gli stili esecutivi, sono propri del luogo e del tempo di composizione di ciascun brano secondo testimonianze letterarie o iconografiche. Anche la presenza di lingue eterogenee ha richiesto particolari attenzioni, si pensi alla differenza di pronuncia tra il francese del XIII secolo e quello più maturo dell'Ars Nova del tardo '300 o alle specifiche nazionali nel suono del latino alto-tedesco rispetto a quello francese o italiano. Abbiamo, infine, voluto sottolineare l'universalità di un simbolo che ha ispirato la letteratura musicale religiosa e profana di tutta l'Europa, e che ha trovato pari cittadinanza nelle tre grandi culture, quella cristiana, quella ebraica e quella islamica, che dominarono l'occidente medievale. (Gianfranco Russo)

1 commenti:

pontos ha detto...

Un blog davvero interessante! Complimenti!

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