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03 gennaio, 2011

Lungo i sentieri dell'anima

Cento e Più anni fa una piccola barca di turisti stranieri veleggiava pigramente sulle acque che lambiscono la costa tra Mentone e Ventimiglia. A bordo c'era un inglese, uno dei tanti che a metà Ottocento erano soliti spingersi sulla Costa Azzurra e sulla Riviera ligure per dimenticare il clima buio e piovoso del loro Paese.
Era un inglese un po' speciale, un uomo che, partito giovanissimo dal natio villaggio di Clapham per la Cina, era poi tornato in patria, dopo aver costruito un piccolo impero economico. A quei tempi un viaggio in Cina non era cosa da poco, le navi dovevano passare per l'America, e sul mare il tempo scorreva con un'inesorabile lentezza, mentre la gioia del ritorno si affievoliva nell'avventuroso svolgersi dei giorni. Thomas Hanbury aveva 35 anni, e la voglia di dimenticare in fretta la stanchezza del viaggio. Passando davanti al promontorio della Mortola il suo cuore ebbe un sussulto. Un vecchio giardino, ormai abbandonato ai capricci del tempo, scendeva dall'alto delle colline terrazzate giù fino alle rocce sul mare. Nel sole del crepuscolo il giovane inglese decise caparbio di volere quella terra, ignaro, o forse no, che a quel luogo avrebbe legato i destini della sua vita. Thomas Hanbury acquistò la proprietà il 2 maggio del 1867 e con l'aiuto del fratello Daniel, insigne farmacologo, creò lo straordinario giardino che ancora oggi porta il suo nome. Il luogo, perduto e solitario, sembrava quasi essere stato dimenticato dal resto del mondo, e la bellezza suggestiva della sua posizione si accompagnava ai profumi della vegetazione locale: lecci, lentischi, olivi, pini d'Aleppo e il mirto che, dall'espressione dialettale "murtura", dava il nome al promontorio. Il grande amore e un rispetto quasi religioso per la natura spinsero Hanbury a volere per il suo giardino uno stile particolare, in cui le piante esotiche provenienti da tutto il mondo dovevano fondersi in armonia con la flora del luogo. Alla Mortola si succedettero l'uno dopo l'altro gli studiosi delle due più importanti scuole botaniche del tempo, quella tedesca e quella inglese. Così Lodovico Winter disegna a 22 anni e in soli 72 mesi la forma del parco, facendo acclimatare piante allora sconosciute, quali palme, agavi, eucalipti, acacie, cactus, e contribuendo in tal modo a formare quella che è l'attuale flora della Riviera. Lo seguono botanici come Gustav Cronemeyer, che compila il primo catalogo delle piante presenti nel giardino e gestisce una vendita di semi da spedire in ogni angolo del mondo, Russia compresa. Quindi Kurt Dinter, e poi Alwin Berger che potrà vantare, oltre alle centoventi specie di Aloé, la collaborazione con i più importanti orti botanici del globo: Buenos Aires, Hong Kong, Canarie, Mauritius, India, Nuova Zelanda. Fino ad arrivare a un catalogo che riuscì a radunare ben 8.000 specie coltivate. La catena montuosa che protegge il promontorio impedendo ai venti di raggiungere la costa crea alla Mortola un particolare microclima, grazie al quale Hanbury potè far crescere all'aria aperta piante fino ad allora coltivate solo nelle serre inglesi di Kew e far fiorire rose, come quella Banksiae a fiore giallo semplice, che per la prima volta, grazie a lui, arrivavano in Europa provenienti dalla Cina.

Nel suo giardino, Hanbury riuscì a fondere perfettamente anche quei due elementi, esotico e classico, che caratterizzavano la filosofia del parco paesaggistico. Il fascino dei Paesi lontani, svelato dal colonialismo inglese, e quello della civiltà classica, scoperta dai viaggiatori europei con il Grand Tour, si materializzano qui in una complessa trama romantica. Insieme con le piante esotiche Hanbury poteva così mostrare, orgoglioso, ai suoi ospiti uno dei più rari reperti archeologici di cui ci si potesse vantare: quel tratto dell'antica via Aurelia che attraversa il giardino e sulla quale erano passati Dante, san Francesco, santa Caterina da Siena, CarloV, Napoleone e Nicolò Macchiavelli. Nel 1907, quando morì, Thomas Hanbury fu sepolto nel suo parco, in un padiglione moresco che ancora oggi conserva le sue ceneri, quasi a voler sottolineare, come lui era solito ripetere, che la realizzazione di un giardino dovesse essere per sempre. Seguirono anni travagliati per la vita del parco. La nuora Dorothy ne cambiò in parte la fisionomia con l'introduzione delle geometrie all'italiana allora in voga sulla Costa Azzurra, e la seconda guerra mondiale fece il resto, gettando il giardino nel più completo abbandono. Nel 1960 viene acquistato dallo Stato italiano, ma solo dal 1987, con la gestione dell'Università di Genova, il giardino è tornato faticosamente a rivivere. "Con le fotografie e i documenti dell'epoca", spiega Pier Giorgio Campodonico, curatore del parco, "lo abbiamo ricostruito interpretandone lo spirito piuttosto che realizzandone un'assurda copia. Così, invece di inserire una pianta che magari oggi è diventata comune, sperimentiamo l'acclimatazione di nuove specie e curiamo la salvaguardia di varietà in pericolo di estinzione". I numeri di questa rinascita sono impegnativi: 3.500 specie in 18 ettari di parco – di cui nove con flora mediterranea e nove con piante esotiche –per dodici giardinieri e 60.000 visitatori l'anno. Ma scendendo lungo la scalinata dei cipressi, mentre la salsedine del mare si mescola leggera al profumo delle piante, e il rumore delle onde che s'infrangono sugli scogli sottostanti arriva piano, quasi come per non disturbare il silenzio dell'aria, si riesce a capire il segreto di questo giardino. Un luogo dove la bellezza e l'armonia della natura invitano alla semplicità della pura contemplazione che qualcosa di più grande e di nascosto sia lì, tra quelle piante. Come racconta una delle tante iscrizioni disseminate nel giardino: "Mentre camminavano sentirono, dietro di loro, la voce di Dio che li chiamava".

Testo di Elena Sozzi

2 commenti:

myflower ha detto...

Ciao Andrea, i Giardini Hanbury meritano davvero una visita, magari nel pieno dell'estate come ho potuto fare io l'estate scorsa.Se vuoi dare un'occhiata al mio blog avevo dedicato un post ai giardini tra Bordighera, Ventimiglia e Mentone che ho visitato!

Buon Anno e a presto

Maurizia

Andrea ha detto...

Ciao Maurizia e perdonami se ti rispondo in ritardo.Vado a vedere il tuo post e poi ti faccio sapere.



Andrea

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